L'ITALIA RIPARTE SOLO ATTIRANDO I RICCHI E I BRAVI E CACCIANDO I POVERI E INCAPACI


INTERESSANTE ANALISI DEL PROF. ORSI SUL LEGAME FRA BREXIT, TRUMP E LA FINE DELL'EURO

La grande controffensiva: la politica occidentale e le dinamiche dell’esclusione
 di Roberto Orsi*
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Il presente saggio è stato pubblicato originariamente in inglese dal sito LSE Euro Crisis in the Press Blog. Traduzione di Andrea Muzzarelli.
Un recente articolo firmato da Henry Radice sul blog LSE Euro Crisis in the Press individua un legame fra diversi avvenimenti sulle due sponde dell’Atlantico, ovvero fra le tattiche (o strategie?) politiche del premier britannico Cameron, che hanno portato al referendum sull’uscita dall’Unione Europea della Gran Bretagna, e l’ascesa di Donald Trump come candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti. Questo legame consisterebbe nel crescente rancore covato dai cittadini inglesi e americani, in una “cultura tossica di irresponsabilità politica”, sia nell’incapacità di chiarire tanto il ruolo dell’UE nella politica britannica quanto la posizione del Regno Unito nell’UE. Un insieme di fattori, questo, che merita di essere approfondito.
L’autore del presente saggio, tecnicamente un cittadino europeo (italiano) residente in Giappone, non ha chiaramente diritto di voto in nessuno dei due paesi considerati e desidera rimanere il più neutrale possibile, senza alcun interesse a schierarsi da una parte o dall’altra. Nondimeno, esprimere un’opinione sulle tendenze emergenti nella politica occidentale appare un esercizio legittimo per qualsiasi occidentale: questo, e solo questo, è l’obiettivo di chi scrive.
 
Il referendum “Brexit”
In primo luogo, sarebbe ingeneroso attribuire la responsabilità del referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea esclusivamente al premier Cameron e alla sua inclinazione ad accettare rischi notevoli pur di mantenere la propria posizione di potere – in questo caso, servendosi di un referendum su una materia fondamentale per il futuro del paese, in modo molto simile a quanto accaduto nel caso scozzese. In tutto questo c’è del vero, ma occorre rilevare che le élite britanniche – forse in misura superiore a quanto accade in qualsiasi altra nazione dell’UE – conservano ancora notevoli capacità di analisi e riflessione strategica. Anno dopo anno, diventa sempre più difficile negare che la costruzione europea sia incorsa in problemi la cui natura, dimensione, ed esiti possibili ben difficilmente possono indurre all’ottimismo. L’Unione si è trasformata, in maniera abbastanza drammatica, in qualcosa che, piuttosto chiaramente, un gran numero di persone nel Regno Unito come negli altri paesi europei non si è mai augurato di vedere, né certamente che riflette il loro orientamento elettorale. È quindi inevitabile che la domanda sull’opportunità di restare o meno all’interno dell’UE appaia del tutto sensata rispetto alle opzioni strategiche per il futuro della Gran Bretagna. Si potrà anche non essere d’accordo sul fatto che il referendum sia il modo migliore di affrontare il problema, ma è ammirevole che vi siano nazioni in cui i cittadini sono chiamati a esprimere la propria volontà politica su temi così rilevanti, soprattutto nei confronti di quei paesi nei quali l’appartenenza all’Unione (insieme a un crescente numero di questioni politiche vitali) è presentata al pubblico come “priva di alternative”.
Come quasi tutto ciò che ha a che fare con la politica, è certo che il referendum Brexit è stato e sarà oggetto di speculazioni e manipolazioni. Tuttavia, esso è l’espressione (per quanto inadeguata poco rileva) di una scelta con la quale i cittadini britannici si devono ora confrontare e il cui ulteriore rivio non appare più possibile. Ciò può essere facilmente scorto nell’innegabile polarizzazione generata dallo stesso referendum a livello popolare come a livello di élite. A prescindere dall’esito, i costi e le opportunità saranno alti e imprevedibili, in quanto essi dipenderanno dalla complessa dinamica dei rapporti tra Regno Unito e UE.
 
Lo scontento americano: Trump e Sanders
Venendo alla scena politica statunitense, l’ascesa di un personaggio come Donald Trump – a molti indigesto – può essere intesa come il sintomo di un vasto movimento che, a prescindere dalle sorti del milionario americano, non cesserà di esistere tanto presto. Di particolare rilevanza è, ancor più di Trump stesso, la radicalizzazione delle presidenziali espressa dal duo Trump-Sanders. Essi hanno molto in comune – soprattutto il tentativo di intercettare un ampio malcontento e di canalizzarlo verso un’interpretazione legata a specifiche narrative di ciò che gli USA erano, sono, dovrebbero essere, e particularmente di chi sia il nemico.
L’esistenza di un malcontento così esteso giunge per certi versi quasi come una sorpresa, specie in considerazione della sua vastità. Secondo una diffusa percezione, gli Stati Uniti hanno del tutto superato la crisi del 2008: i dati sulla disoccupazione si mantengono piuttosto bassi e l’economia sembra continuare a crescere (anche se a un ritmo meno sostenuto rispetto agli anni passati). I più ritengono che le politiche portate avanti dall’amministrazione Obama abbiano raggiunto in sostanza i loro obiettivi nel garantire tanto una buona stabilità economica (non disgiunta da una certa attenzione alla “giustizia sociale”) quanto un razionale riposizionamento degli impegni a livello internazionale. Nonostante questo, l’ottimismo di Obama appare, internamente come all’estero, sempre più isolato.
Da dove proviene tale malessere? Sia Trump che Sanders hanno puntato il dito contro il lento ma costante impoverimento del ceto medio, il declino delle opportunità economiche (e non solo), il sentimento diffusa secondo il quale il futuro non sarà migliore del presente o del passato. Molti Americani, inoltre, percepiscono che le condizioni in cui si sono ritrovati a vivere negli ultimi decenni ammontano a un ambiente socio-economico che non avrebbero mai desiderato venti o trent’anni fa. Trump individua la causa di questi mai nel modo in cui l’America è stata “globalizzata”, evidenziando le tante opportunità che hanno abbandonato gli USA per avvantaggiare altri paesi come la Cina o il Messico, o sono andate in buona parte a immigrati (clandestini). Questa posizione si estende alla politica internazionale degli Stati Uniti e le loro scelte militari e strategiche nell’era post-Guerra Fredda: spese eccessive, esiti spesso dannosi per il paese, alleati “fuori controllo”, avventurismi senza scopo soprattutto in Medio Oriente.
Le attenzioni di Sanders si sono invece focalizzate sui problemi dell’ineguaglianza come risultato diretto della finanziarizzazione non regolata dell’economia statunitense, un “gioco truccato” che funziona soltanto per chi è già benestante. In definitiva, Sanders individua nell’avidità la radice dei mali americani, una manifestazione di degrade etico.
Il punto interessante è che entrambi – sebbene da angolazioni diverse – hanno finito per sviluppare la loro posizione partendo da un discorso di decadenza morale: Sanders la scorge nella mancanza di empatia, di solidarietà sociale, e nella priorità accordata al denaro; Trump nell’abbandono dei sentimenti patriottici e nella diffusione di una debolezza morale che si riflette nel “politicamente corretto”, l’altra faccia della medaglia della globalizzazione. In tutti e due i casi si può intravedere la volontà di “revival” del sogno americano. Trump sembra promettere il ritorno a un paese più prospero attraverso il ripristino di un ordine morale appartenente al passato. Ciò che si trova al centro della sua ascesa può essere concettualizzato come una questione di politiche identitarie, o meglio come la reazione a un eccesso di manipolazione dell’identità americana avvenute negli ultimi decenni, una manipolazione tesa a rivedere i criteri di appartenenza alla comunità politica americana, che si è spinta troppo lontano, è durata troppo a lungo e ha cominciato a ritorcersi contro se stessa.
Nel caso di Sanders, invece, il recupero del sogno americano passa per l’attuazione di politiche espressamente socialiste, partendo dal presupposto che le menzionate politiche di manipolazione identiaria non si siano spinte abbastanza in profondità.
 
Chi (non) è americano?
In entrambi i casi, le politiche identitarie si riferiscono in modo più o meno esplicito a schemi di inclusione/esclusione che dovrebbero rispondere a domande quali “Chi è americano?” (e quindi: “Chi non lo è?”), “In cosa consiste realmente essere americani”? Per Trump, riportare gli Stati Uniti a ciò che erano un tempo (make America great again) significa che il vero americano è colui che si identifica in una continuità con il passato o, meglio ancora, colui è tale continuità. Questa definizione ha diversi corollari relativi all’immigrazione, al multiculturalismo, alla religione e all’etnia in genere, come molti critici hanno evidenziato. Essa potrebbe tuttavia anche rappresentare la nemesi di una certa narrativa che vorrebbe l’inclusione a tutti i costi, secondo il principio inclusivo di una “società aperta”, che tale non è, in quanto si basa sulla sistematica esclusione proprio di quelle masse che hanno oggi trovato la propria voce (per quanto problematica e inadeguata) in Trump. Almeno a partire dagli anni della presidenza Clinton (che non a caso ha dato forma alle tesi poi divenute dominanti sul “globale” e la “globalizzazione”) l’essere americani è stato concettualizzato in questi termini: “Non importa chi sei o da dove vieni, purché ci sia prosperità economica”. L’ascesa di Trump si ricollega soprattutto al fallimento di questa politica identitaria e delle sue basi rawlsiane perché, se da un lato il benessere economico sta svanendo, dall’altro ci si comincia a chiedere: perché mai il “chi sei e da dove vieni” non dovrebbe essere importante? Forse è importante dopotutto. Paradossalmente, molti conservatori occidentali e l’emergente movimento post-coloniale convergono proprio su questo punto. Ed è proprio qui che si trova il nucleo centrale di un grande “riflusso”, di una grande controffensiva.
Lo stesso Sanders, pur se con modalità del tutto diverse, individua nuovi criteri di appartenenza, o una nuova gerarchia, laddove il sogno della prosperità è riaffermato attraverso nuove logiche di redistribuzione economica, un’economia della condivisione, una forte etica fondata sull’empatia. Sanders ha attaccato Trump definendolo un “uomo pericoloso” che, pur avendo correttamente intercettato un innegabile quanto vasto malcontento, vuole cavalcare narrative distorte della realtà e incanalare la rabbia collettiva verso le categorie sociali sbagliate: non tanto verso i “ricchi”, coloro che incarnano la decadenza morale da cui sono scaturiti i problemi odierni, quanto contro gli immigrati, i musulmani e persino i Cinesi.
L’attacco di Sanders ai ricchi appare comunque problematico sotto diversi aspetti. Consideriamo l’identità politica: se può definirsi americano chiunque aderisca al sogno nella sua versione “globalizzata”, allora diventare ricchi e ottenere tutto quello che si desidera non rappresenta altro che la realizzazione di quel sogno: gli Americani abbienti hanno semplicemente fatto ciò che la maggioranza si limita a immaginare. Se la prosperità individuale non è (o non dovrebbe essere) più al cuore dell’American Dream, cosa potrebbe prenderne il posto? In altre parole: quale dovrebbe essere il punto dell’essere americani? Ridefinire l’identità USA a partire da questi interrogativi appare sin troppo difficile, anche solo considerando la tenacia dalle fondamenta teologiche del progetto americano. Dopo tutto, gli USA sono nati come la nuova Gerusalemme, la Terra Promessa dove scorrono latte e miele, la terra dell’espansione economica senza fine.
Il potere di un tale ordine simbolico può difficilmente essere sostituito dall’immaginario socialista che, nonostante stia cercando di acquisire una dimensione teologica più esplicita (si pensi all’attuale pontefice), rimane comunque legato a una concezione della politica contro la quale gli Stati Uniti furono creati in prima istanza: elevato prelievo fiscale, forte burocratizzazione, “big government”. Non bisogna infine trascurare il fatto che gli USA sorsero come spazio di libertà anche in virtù della loro separazione fisica dal vecchio mondo: una separazione che è forse la maggiore garanzia di quella libertà. La costruzione di muri non dovrebbe quindi essere, in un contesto del genere, una sorpresa.

La dimensione economica
In una prospettiva economica, la posizione di Sanders risente dei vecchi e dei nuovi problemi del socialismo: in particolare l’impossibilità di redistribuire ciò che non viene precedencemente prodotto – un problema che i vecchi regimi socialisti conoscevano sin troppo bene. Rispetto al diciannovesimo secolo e alla prima metà del ventesimo, molti degli odierni socialisti hanno abbandonato l’idea di acquisire e gestire i processi produttivi perché hanno tristemente scoperto di essere incapaci di amministrarli. Il socialismo odierno rimane pertanto programmaticamente dipendente (per mezzo della tassazione e, se necessario, di altre forme coercitive) da quei gruppi e quegli individui in grado di gestire la produzione. Ciò genera una dipendenza gerarchica che è in aperta contraddizione con il concetto chiave illuminista dell’emancipazione: quell’uscita dallo “stato di minorità” alla quale il socialismo ambisce, almeno in teoria, a ricollegarsi.
Questo aspetto ha vaste e profonde conseguenze, dal momento che il socialismo ha storicamente fallito nel produrre e riprodurre il capitale umano e sociale necessari per portare a compimento la sua missione storica. In risposta alla propria incapacità di gestire i processi economici, il socialismo ha nel frattempo focalizzato la sua narrativa sul “denaro” (l’unità con la quale si misura, ad esempio, l’ineguaglianza) quando, nei fatti, la convertibilità in beni e servizi (piuttosto che in asset finanziari) delle valute scambiate sui mercati finanziari o quella delle banconote che si trovano nei portafogli dei comuni cittadini è una questione molto diversa, purtroppo messa in ombra da idee del tipo “QE per la gente”. Questa differenza è vera soprattutto nel contesto odierno, in cui un sforzo di monetizzazione globale di massa è portato avanti da otto anni consecutivi per evitare il collasso del sistema monetario con un’immensa liquidità tenuta il più lontano possibile dai mercati non-finanziari, dove potrebbe produrre effetti devastanti. Inoltre, il fatto che “la gente lavora” non ci dice molto sul valore economico intrinseco delle attività svolte. Una semplice occhiata all’esplosione degli impieghi nel settore del commercio al dettaglio, del resto, suggerisce una cattiva allocazione di risorse umane su larga scala.
Sottrarre “denaro” ai “ricchi”, come ci dimostrano molti esempi del passato, non migliorerà le condizioni economiche dei poveri perché quel denaro ha significato economico solo in virtù della sua concentrazione. La vera ricchezza di una società non risiede nel denaro, ma nella costruzione di capitale sociale ed umano e, in particolare, nella conoscenza diffusa, nel raffinamento, nella qualità delle relazioni sociali e nella coesione – tutti fattori che necessitano di sofisticati processi cognitivi di apprendimento sociale che possono richiedere decenni (persino secoli) di lavoro ma che possono essere distrutti in una sola generazione.
Trump ha il vantaggio di non essere obbligato ad articolare un quadro di politiche economiche coerenti all’interno di una cornice ideologica predeterminata, facendo leva invece sul suo personale pragmatismo, che rispecchia una simmetrica domanda di pragmatismo proveniente dal suo elettorato.
 
I rischi di un’eccessiva semplificazione
Detto questo, c’è sicuramente un legame tra la finanziarizzazione, la crescita dell’ineguaglianza e la diffusione endemica di lavori di basso profilo (uno dei meccanismi con i quali il mondo occidentale sta distruggendo il proprio capitale umano e sociale). La via d’uscita implica non solo una ridefinizione del sistema economico che, innanzitutto, ridimensioni il ruolo delle attività finanziarie, ma anche la necessità di una nuova divisione internazionale del lavoro. Il fatto stesso che il sistema finanziario mondiale continui a operare in modalità di emergenza dal 2008 è il migliore indicatore del fatto che l’economia globale non funziona più e che, in un modo o nell’altro, dovrà cambiare. Lo scopo e le dimensioni di una tale “riforma” sono tuttavia troppo ampi e complessi perché si possa verificare una transizione ordinata e concertata. Come suggerito da Trump, lo scenario più probabile è che i singoli attori porteranno avanti politiche indipendenti (come il ritorno al protezionismo) fronteggiando rischi elevati e pagando i necessari costi, con l’obiettivo di ricostruire sistemi economici nei quali la maggior parte del ciclo investimento-produzione-consumo avrà luogo entro i confini. Ciò garantirà un maggiore controllo politico dell’economia in contrapposizione al modello “global” oggi dominante, il quale è divenuto così complesso da non poter essere più controllato da nessuno, si è rivelato nel frattempo estremamente instabile.
Questa mossa protezionista difficilmente rappresenterà una panacea per gli odierni disagi economici e sociali. Non bisogna dimenticare che la globalizzazione e la finanziarizzazione sono emerse anche in risposta ai problemi posti dai modelli economici nazionali del passato: è dunque verosimile che un ritorno a quei modelli ne riproduca anche i già noti problemi. Il punto è che potrebbero esserci altre ragioni (saturazione, barriere tecnologiche, cambiamenti demografici, limiti ambientali) per le quali un’ulteriore, massiccia espansione del sistema economico – nazionale o globale – non sia più praticabile. In questa prospettiva, qualunque promessa di rivitalizzare il sogno americano (da qualsiasi parte essa provenga) appare molto difficile da mantenere. E questa considerazione andrebbe inscritta nel più generale problema dell’insostenibilità intrinseca delle tesi sostenute da ideologie politico-economiche moderniste di progresso tuttora prevalenti.
A conclusione di questa parte sulla politica americana, è importante cogliere il significato della forte polarizzazione in corso nell’ambito delle presidenziali, il quale risiede in un vasto movimento che contraddice la narrativa ottimistica tipica delle amministrazioni che si sono avvicendate alla Casa Bianca dalla fine della Guerra fredda. Un intero armamentario di idee e politiche, alcune delle quali risalenti a molto prima degli anni Novanta, sta affrontando una crisi che potrebbe anche non superare.
 
Un doloroso sguardo a ciò che resta dell’Europa
Il quadro sopra descritto presenta diverse similitudini con la crisi politica dell’Unione Europea. Dopo il 1992 l’UE, così come le politiche interne di molti dei singoli paesi appartenenti, fu rimodellata secondo “linee americane”. Questo è ancora oggi l’orientamento predominante, peraltro consolidato attraverso numerose organizzazioni transatlantiche, fra coloro che cercano di costruire gli “Stati Uniti d’Europa” e desiderano dare vita a una “identità europea” fondata sui cosiddetti “valori europei”. Questa visione voleva (vuole tuttora) superare l’idea di Europa come comunità di stati nazionali. La si sarebbe potuta declinare in una qualche forma di federalismo (come ad esempio prefigurato da Jürgen Habermas nel volume del 2001 Tempo di Passaggi) che, considerata la complessità storico-culturale del Vecchio Continente, si sarebbe dovuta collocare in una formulazione fortemente decentralizzata nello spettro ideale di tutte le possibili forme federative.
Di fatto, l’UE si è mossa nel frattempo verso un velenoso miscuglio di iper-centralizzazione, irresponsabilità politica e una visione del mondo autoreferenziale rafforzata da una concezione puramente astratta, econometrica e legalistica dei problemi politici: la prudenza è andata smarrita ed è mancata la capacità sia di gestire le comunicazioni sia di ristrutturare la propria immagine pubblica.
Negli ultimi anni, con una drastica accelerazione dopo il 2014, l’establishment politico europeo (nella burocrazia UE e soprattutto in Germania) sembra essere in preda a un vera e propria pulsione autodistruttiva o Todestrieb freudiano. Questa pulsione è particolarmente subdola nel suo orwelliano presentarsi come “progressista”, “umanitaria” e “pacifista” categorie di pensiero ormai diventate obbligatorie per tutti, e costituenti la controparte del politicamente corretto americano, ma molto più pericolosa – specie se si considerano le sue implicazioni strategiche e le si cala nell’attuale contesto di grandi difficoltà geopolitiche.
Lo spensierato carattere del gran carnevale della cultura dell’Occidente, celebrato alla fine degli anni Sessanta ma mai seguito dalla Quaresima, è ormai divenuto grottesco.
Il ben noto meccanismo del group-think, per il quale l’autocensura viene praticata per tutelare la propria posizione all’interno di un gruppo prestabilito e rinforzarlo continuamente, ha permesso di conquistare una notevole quanto storicamente rara omogeneità intellettuale in Europa – sebbene nascosta dietro la facciata di fazioni apparentemente opposte (neoliberali contro anticapitalisti, tanto per citare la più celebrata). Meno evidenti sono gli effetti collaterali prodotti da questo meccanismo di autocensura: in primo luogo l’incapacità di superare lo stallo di un’integrazione europea rimasta a metà del guado, di cui gli intellettuali sono consapevoli e che nel lungo periodo condannerà queste posizioni e loro stessi all’irrilevanza o peggio (come accadde agli accademici confuciani nella Cina di un secolo fa); in secondo luogo, l’approccio sempre meno tollerante nei confronti delle idee “fuori dal coro”, che porterà a una polarizzazione ancora più aspra contro il dissenso politico (populismi, euroscetticismi ecc.) e sfocerà nell’impossibilità di un dialogo fino alle eventuali, più estreme conseguenze: violenza politica e guerra (totale).
Nonostante tutto, si potrebbe ancora guardare a tale costrutto ideologico con un certo grado di ammirazione: in fondo, è una struttura incredibilmente ben progettata. Se fosse stata permeata da idee differenti, avrebbe potuto rivaleggiare con i più grandi imperi della storia mondiale. Sfortunatamente, quelle idee sono in sostanza suicide e garantiscono ciò che chiunque può ormai testimoniare: più l’Europa avanza lungo questa traiettoria, più velocemente si disintegra. La “crisi dei rifugiati”, in particolare, ha devastato il capitale politico dell’Unione (per tacere di quello della classe dirigente tedesca). L’establishment politico del cosiddetto “gruppo Visegrád” (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria) e delle altre nazioni dell’Europa centrale e dei Baltico è sconcertato: hanno sofferto e lavorato duramente per portare i loro paesi all’interno della grande casa europea, che ora sta diventando la tomba dei popoli europei in nome del grande nulla. Meno apertamente, molti membri dell’establishment britannico hanno di certo compreso che c’è qualcosa di profondamente sbagliato nella barca europea e nella rotta che essa si ostina a seguire.
 
Traiettorie
Come negli Stati Uniti, la narrativa dominante della politica UE è ormai sottoposta a un’enorme pressione – anche se in Europa la questione si declina a livello nazionale, che è ancora la dimensione privilegiata del dibattito politico. A prescindere dagli esiti del referendum in Gran Bretagna, nel lungo periodo il destino della costruzione europea (a meno che non si verifichi una tanto spettacolare quanto improbabile inversione della rotta sinora seguita) è segnato. E nella misura in cui un numero crescente di europei tenterà di arrestare la “autoliquidazione” del continente, la situazione potrebbe anche diventare tragica. Più il tempo passa senza cambiamenti decisivi, maggiori saranno i danni inflitti all’Europa e a qualsiasi forma alternativa di europeismo; in ogni modo, sradicare le attuali narrative dominanti potrebbe richiedere grandi sacrifici e ancor più grande coraggio. La tempesta che si sta avvicinando è sostanzialmente impossibile da evitare. Su entrambe le sponde dell’Atlantico si sta assistendo allo sbriciolamento di strutture politiche e intellettuali fondamentali: non è una coincidenza, ed è un fenomeno che non potrà essere risolto nel breve termine. Anche se Trump e gli euroscettici dovessero fallire a questo giro, il problema continuerà a riproporsi sotto forme diverse. Perché è giunto il momento di un serio cambio di direzione.
 
*Roberto Orsi, Ph.D in Relazioni Internazionali presso la London School of Economics, è membro della Security Studies Unit presso il Policy Alternative Research Institute e Lecturer alla Graduate School of Public Policy dell’Università di Tokyo. http://lse.academia.edu/RobertoOrsi

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3 commenti:

Anonimo ha detto...

Il Prof. Orsi ha scoperto l'acqua calda?
Doveva prendere posizione. Ci sarà brexit o non ci sarà prof. Orsi ???
Carlo

ML ha detto...

ahahaha è un professore ..non pensare che sia chissa' chi...era bella l'analisi...tutto qua...
mai fidarsi dei professori..ma studiare quello che dicono si..

Doge ha detto...

Anche il discorso di Donaldo non è male https://youtu.be/1XS027KV4KI