BANCA BANCHETTA SIAMO STUFI DI TE

Vi ripropongo un articolo scritto da Jack Free e pubblicato su Libero Mercato.
E' una denuncia , molto ben dettagliata, contro Modiano, i principali banchieri italiani, da Profumo a Innocenzi passando per Rondelli e Caselli.
Ma oltre alla denuncia l'articolo spiega bene la spaccatura fra i banchieri di un tempo (chiamati della foresta pietrificata) e i banchieri attuali.
Una spaccatura che tutto sommato non appare così grande.
Tutti interessati agli utili di breve e non al bene delle aziende e dei clienti nel lungo periodo.
L'articolo è un'altra schiacciante prova che la nostra iniziativa 1000PERCAMBIARE va nella giusta direzione.
Andate sul sito (il link è alla vostra destra) e aderite all'iniziativa mandando una mail.
Solo una forza d'urto di 1000 persone permette di schiacciare in un angolo una banca che si dovrà abbassare alle nostre richieste.
Ricordatevi che in 1000 si potrebbe anche fare un a banca da zero!
Libero Mercato - Jack Free
L’affare derivati e le responsabilità delle banche, denunciate recentemente da trasmissioni televisive e articoli della stampa specializzata e ancora aperto nei risvolti amministrativi di competenza dei tribunali e delle autorità di vigilanza, stende una lunga ombra negativa sulla nuova generazione dei banchieri italiani. Ad essi va certamente attribuito il giusto merito di avere condotto una profonda ristrutturazione del sistema bancario con una serie di aggregazioni e acquisizioni, che apparivano sulla carta complesse se non impossibili, ma anche la responsabilità di non avere guardato troppo per il sottile quando si è trattato di incamerare profitti a spese della propria clientela.
Purtroppo sono proprio gli attuali vertici dei principali gruppi bancari che stanno rispondendo infastiditi alle accuse non troppo velate di comportamenti commerciali spregiudicati. È infatti oramai chiaro, per effetto delle sanzioni comminate dalla CONSOB che i meccanismi di funzionamento della produzione di derivati molto complessi e strutturati e della vendita reiterata (con ristrutturazioni annuali) erano non solo noti, ma in parte gestiti dall’amministratore delegato di UBM e di UniCredit Banca d’Impresa, oggi Direttore Generale di Intesa Sanpaolo. Ed è altrettanto chiaro che nel lungo periodo (tuttora in corso…) in cui i derivati sono stati venduti per lo più inadeguatamente a piccole imprese e piccoli enti locali, gli stessi vertici hanno avuto sufficienti segnali esterni (azioni legali) e interni (statistiche sulle perdite in essere della clientela) per porsi seri interrogativi e per intervenire a fermare una cattiva pratica commerciale. Profumo e Modiano ne hanno discusso animatamente in privato ai tempi della loro separazione.Trincerarsi dietro risposte di comodo (‘non eravamo soli a vendere derivati’) quando si è consapevoli di avere una quota dell’80% su quel mercato è una risposta buona per i giornalisti, ma poco credibile per i lettori.
Ma la posta in gioco era troppo ricca, oltre 500 milioni di euro per Unicredito e 150 milioni per Banca Italease, così sull’altare delle trimestrali si è preferito continuare. Il richiamo a Banca Italease è un’ulteriore conferma perché è evidente –anche dall’attuale imbarazzo degli azionisti vecchi e nuovi del Banco Popolare- che nel consiglio della banca siedevano altri banchieri come Fabio Innocenzi e … i quali mentre davano la loro approvazione alle principali operazioni di leasing e di derivati non potevano dichiararsi né ignari, né poco qualificati a capire la tipologia delle operazioni sottostanti o dei ricavi straordinari che generavano. Le ispezioni di Banca d’Italia, quelle già fatte e quelle in corso, sono destinate a che coinvolgere altri istituti e dimostrare che la carenza di controlli sui processi di vendita e sui sistemi di controllo dei rischi risale direttamente ai vertici aziendali. Intesa e Caboto, SanPaolo e Banca-IMI oggi riunite, MPS, BNL, Banco Popolare di Verona e Banca Aletti (che produceva molti dei derivati per Banca Italease), nessuno si può chiamare fuori, tutti possono solo dire di avere fatto le comparse.
Ora sappiamo che a questa imbarazzante festa hanno partecipato anche gli italian-desk delle principali investment banks estere, attirate dall’inesperienza e dall’ingenuità dei nostri enti locali e desiderose di lauti profitti. In questi desk operavano e operano brillanti giovani italiani, alcuni dei quali nutrono giustificate ambizioni verso poltrone di aziende di credito italiane.
Ciò che traiamo come insegnamento da questa scomoda storia è che la nuova generazione dei banchieri è sicuramente diversa da quella che li ha preceduti, quelli della ‘foresta pietrificata’ per intenderci, ma non necessariamente più affidabile sul piano della trasparenza. E pensiamo sia sempre più difficile spiegare ai loro clienti, sia quelli combattono con salari che non crescono alla stessa velocità delle rate dei mutui, o quelli che campano con magri profitti aziendali, come sia possibile che in un paese che cresce al ritmo dell’1,5% tutte le banche riescano a produrre crescita di profitti netti e operativi sempre a due cifre.
Compito arduo per il Governatore della Banca d’Italia, che pur non perdendo occasione di spronare i banchieri a maggiore trasparenza e maggiore competitività, dovrà fare i conti con un gruppo di amministratori delegati nervosi e sotto pressione per generare nuovi margini in un settore che –come bene ha evidenziato ieri Prometeia- non promette più facili profitti su nessun segmento di clientela nei prossimi anni.
Esiste una prova del nove, un test della volontà dei nostri banchieri di essere veramente trasparenti e perché no di rimediare ai guasti dei derivati: è l’abolizione della commissione di massimo scoperto, prevista dal decreto Bersani e tuttora non realizzata a causa dell’opposizione strenua dell’ABI. L’abolizione di questa anomala commissione, che grava principalmente sulle piccole imprese (le grandi non l’accettano mai) è l’occasione di ricostruirsi una nuova immagine. Ha un costo, ma potrebbe essere un grande investimento nella fiducia dei clienti.
Tratto da Libero Mercato - Jack free.
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