18- 19 MAGGIO: CRIPTOVALUTE ALL'ITFORUM DI RIMINI

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LINKIESTA SPARA A ZERO SUL SISTEMA BANCARIO ITALIANO. IMPOSSIBILE DETENERE ASSETS IN UNA BANCA ITALIANA E' DA FOLLI


questa intervista è stata fatta lo scorso anno con i tassi sui minimi..OGGI GIA' E' MOLTO DIVERSO...E L'INTERVISTA E' DI ATTUALITA

ECCO L'ARTICOLO : 



Titoli di Stato e banche, il prossimo enorme problema italiano
Le banche italiane si sono riempite di titoli, i tedeschi vorrebbero che scendessero. Su questo punto si è bloccata l’Unione bancaria.  il Qe presto finirà e che la speculazione potrebbe tornare. A quel punto per le banche sarebbero guai seri


È sensato che le banche italiane si siano riempite di titoli di Stato? Sarebbe il caso di porsi la domanda oggi, prima di doversela porre quando dovesse tornare un’altra ondata speculativa sui titoli di Stato italiani. Il fatto che, nonostante sia in pieno svolgimento il Quantitative Easing della Bce, lo spread sia tornato su quota 200 è un segnale da non sottovalutare su quello che potrà succedere quando, in una data ancora non precisata dopo il dicembre 2017, il Qe dovesse finire. Il punto è che arriveremo a quell’appuntamento con una Unione bancaria ancora da completare, e più precisamente con il pilastro che a noi italiani interessa di più, la garanzia unica europea sui depositi, in alto mare. In caso di nuove tempeste future non avremmo quindi uno scudo europeo. Paradossalmente, tutto questo ha molto a che fare proprio con l’eccessiva presenza di titoli nelle nostre banche. Un cane che si morde la coda. E una situazione di stallo che non fa bene all’Italia, che pure sta dando un forte contributo a bloccare la stessa Unione.
Vi siete persi? Torniamo indietro. L’Unione bancaria prevede tre pilastri:
la vigilanza da parte della Bce (in luogo delle singole banche centrali nazionali) sulle banche principali;
 la normativa Brrd sul bail-in;
 e la garanzia unica sui depositi: la norma che prevede, cioè, che in caso di default di una banca i suoi correntisti siano tutelati a livello di sistema bancario europeo.
 I primi due pilastri sono operativi. Il terzo è bloccato. Uno dei motivi per cui si è fermato è, sostanzialmente, che i Paesi del Nord, con Germania e Olanda in testa, non vogliono accollarsi il rischio di un fallimento di una banca di uno dei Paesi con i sitemi bancari più fragili (Italia, Portogallo, Grecia). O meglio, hanno posto da tempo come condizione per arrivare alla garanzia unica sui depositi delle limitazioni al possesso di titoli di Stato da parte delle banche. È stata una delle “ossessioni” del ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble. Ed è un tema che è tornato, per esempio, nel documento dei Saggi consigieri economici della Merkel, guidati da Lars Feld, che lo scorso settembre hanno proposto un bail-in degli Stati: cioè che in caso di una nuova crisi finanziaria di uno Stato, sul modello greco, a pagare fossero i detentori dei titoli di Stato: banche, assicurazioni, privati.
Questa posizione si è concretizzata in vari atti. Prima con una proposta di un tetto, affidata all’Olanda in un Eurogruppo dell’aprile 2016. Poi, dopo il veto di Italia e di un’altra dozzina di Stati con altri tentativi. Attualmente sono due: una è la bozza di relazione del Parlamento Ue sullo schema comune sui depositi, firmata dall’eurodeputata olandese De Lange. In sostanza prevede che l’assicurazione sui depositi non dovrebbe essere completa ma legata per metà a fondi nazionali. Un’altra è una proposta di modifica del regolamento sui requisiti patrimoniali (Crr). L’ha avanzata la stessa Commissione europea e propone, emendando l’articolo 507, di delegare all’Autorità bancaria europea il compito di valutare l’impatto quantitativo della rimozione delle eccezione relative alle grandi esposizioni. Un giro di parole per dire che i titoli di Stato presenti nei bilanci delle banche potrebbero non essere più valutati con rischio pari a zero. Cosa significherebbe per le nostre banche? «Se si facesse immediatamente significherebbe rischiare il fallimento del sistema bancario italiano», risponde Paolo Manasse, professore del dipartimento di Scienze economiche dell’Università di Bologna. Il motivo è semplice: le banche oggi possono usare i titoli di Stato - soprattutto i Btp -, valutati a rischio zero, per aumentare i propri requisiti patrimoniali (il riferimento è il famoso requisito Cet1). Se non fossero più valutati a rischio zero (che rimarrebbe solo per i titoli con rating A, che l’Italia ha perso), gli istituti di credito dovrebbero andare incontro ad aumenti di capitale molto consistenti per raggiungere i requisiti sul Cet1 che impone la vigilanza europea, attraverso gli stress test e lo Srep. In caso di vendita massiccia di titoli di Stato, si avrebbe un doppio effetto negativo: da una parte le perdite per le banche; dall’altra l’immissione sul mercato di una enorme massa di Btp da piazzare sul mercato, con un probabile aumento stellare dello spread sui Btp e quindi degli interessi che lo Stato italiano paga sul suo debito pubblico monstre.

 PENSATE SOLAMENTE A UNICREDIT..CHE STA FOTENDO I NUOVI AZIONISTI CON UN BUSINESS PLAN CHE SI BASA SU UN POSTULATO DISCUTIBILE E MESSO IN DISCUSSIONE DALLA STESSA EUROPA...MA CHE PERMETTE AL TITOLO DI FARE UN AUMENTO DI CAPITALE
Cosa succederebbe se le banche dovessero vendere immediatamente gran parte dei loro titoli? Significherebbe il probabile fallimento del sistema bancario italiano





Sulla base di queste considerazioni l’Italia si è messa di traverso alle due proposte europee (De Langhe e modifica al regolamento Crr). Si legge per esempio su MF dello scorso 26 novembre che il presidente della Commissione economica del Parlamento Ue, l’italiano Roberto Gualtieri, ha bollato la proposta De Langhe come «politicamente inaccettabile e giuridicamente inammissibile». D’altra parte nella scorsa primavera l’ex premier Renzi aveva annunciato che l’Italia avrebbe posto li veto a qualsiasi tetto sui Btp detenuti dalle banche. Nei giorni scorsi su Libero un articolo di Guido Crosetto e dell’eurodeputato Marco Zanni (Gruppo Europa delle Nazioni e della Libertà) ha lanciato l’allarme proprio sulla modifica dell’articolo 507 del regolamento Crr. Fonti di Strasburgo hanno però specificato a Linkiesta che i tempi per un’eventuale approvazione sarebbero molto lunghi, non meno di un anno e mezzo-due anni.
Sull’Unione bancaria siamo quindi in una situazione di stallo. Una situazione, si commenta a Francoforte, che si è bloccata ancora di più dopo il salvataggio di Mps da parte dello Stato italiano. Di fatto la mossa - seguita al fallimento dell’aumento di capitale attraverso fondi privati - è stata letta da molti come una morte in culla per la direttiva Brrd sul bail-in. La volontà dei tedeschi di accollarsi un fallimento di una banca italiana, se già era basso, è praticamente sceso a zero.
Dovremmo essere contenti di questo stallo? «In realtà non è una situazione positiva per l’Italia - commenta Nicola Borri, assistant professor di Economia alla Luiss -. È vero che in Italia c’è un fondo di garanzia dei depositi. Ma è anche vero, se vogliamo dirla tutta, che è non è particolarmente capiente e andrebbe valutata la sua tenuta in caso di eventi estremi. Per questo come sistema Paese avremmo bisogno di una vera condivisione dei rischi». Quindi di un‘unione bancaria con garanzia unica sui depositi.
Come si può uscire da una condizione del genere? «Attraverso una riduzione graduale dei titoli», risponde Borri. Condivide il pensiero Manasse, che parla di un’orizzonte di almeno cinque anni. «Capisco la volontà di ridurre il rapporto “incestuoso” tra banche e governi - commenta l’economista dell’Università di Bologna -. Tuttavia l’operazione dovrebbe essere portata avanti in maniera graduale, con vincoli che crescono nel tempo». Sarebbe però il caso di cominciare finché c’è il Qe, perché attualmente la Bce ha penuria di titoli da rastrellare e le banche italiane non avrebbero difficoltà a piazzare i Btp nelle loro pance.
Tuttavia basta guardare il grafico che parte dal 2011 per capire che negli ultimi cinque anni c’è stata una corsa forsennata ai Btp da parte delle bance italiane.
Che cosa è successo? Che c’è stato un favore reciproco tra banche e governo. Le banche compravano Btp, contribuendo a non far salire lo spread, con una sorta di effetto Qe anticipato. Dall’altro lato i governi hanno contribuito ad aiutare il sistema bancario con i vari Tremonti Bond e Monti Bond.
Il gioco però è pericoloso. Cosa succederà quando finirà il Qe? se ci fosse un nuovo attacco speculativo, le banche si ritroverebbero molto esposte. Se il rendimento dei Btp salisse (cosa che avviene quando lo spread sale, come nel 2011), il prezzo dei titoli scenderebbe. Questo significa che le banche si ritroverebbero un buco di bilancio gigantesco. Scenario ancora teorico, perché, finché sono considerati a rischio zero, i titoli di Stato vengono conteggiati al loro valore “alla pari” e non al loro valore reale. Ma è il caso di fare affidamento sulla persistenza di questa misura? «Ci sono due rischi - risponde Borri - . Il primo è che nel bilancio si deve utilizzare un criterio prudenziale. Se il valore scendesse di molto e per molto tempo, a un certo punto le banche dovrebbero aggiornarlo. Il secondo rischio è che gli investitori saprebbero che il valore dei titoli è sceso, quindi il valore di borsa delle banche scenderebbe e salirebbe il costo del loro finanziamento».
Nel caso rimanesse la valutazione del rischio pari a zero, se la risposta di governo e banche fosse una nuova corsa dei Btp nelle banche (per tenere sotto controllo lo spread) non andremmo verso un avvitamento ancora più pericoloso? Sono solo previsioni, o piuttosto scenari da non scartare come impossibili. In ballo c’è solo la tenuta di tutto il sistema bancario italiano.

IN BALLO CI SONO I RISPARMI TUOI E DELLA TUA FAMIGLIA
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