L'ITALIA RIPARTE SOLO ATTIRANDO I RICCHI E I BRAVI E CACCIANDO I POVERI E INCAPACI


DOLLARO CHE DEPRESSIONE....

 articolo di gerardo coco
QUESTO ARTICOLO SPIEGA CON PIU' CHIAREZZA ALCUNI NOSTRI POST DEL RECENTE PASSATO. DIREI CHE A QUESTO POST MANCA UNA PARTE FONDAMENTALE : LA CINA! MA IN PRECEDENTI ARTICOLI IN QUESTI GIORNI AVETE AVUTO MODO SU QUESTO BLOG DI CAPIRNE DI PIU'. 
Gli eventi economici più significativi del 2015, a nostro parere, sono stati due: il crollo del prezzo del petrolio e il rafforzamento del dollaro accompagnato dalla svalutazione dell’euro. Questi fenomeni, strettamente collegati, perdureranno per quasi tutto il 2016.
La discesa del prezzo della più importante fonte energetica, del 70 per cento rispetto all’estate del 2014 e al di sotto di 40 dollari è l’epitome di un’imminente depressione iniziata come recessione nel 2008 che, non essendosi mai risolta, sta degenerando nella sua forma più estrema. Insieme a quello del petrolio c’è stato il tracollo di tutte le materie prime, tipico, appunto, del fenomeno depressivo. La situazione della Glencore International, il colosso minerario che lo scorso settembre è arrivato a perdere il 30 per cento in una sola seduta, esemplifica bene la situazione. I principali indicatori dei trasporti delle materie, dal Baltic Dry Index, al Dow Jones Transportation Average, rispettivamente l’indice dei costi di trasporto merci e l’indice del prezzo medio di borsa delle principali società di trasporto, sono ai livelli più bassi degli ultimi trent’anni. Economie come Canada, Australia e Brasile qualche anno fa in salute, tutte dipendenti dalle esportazioni di materie prime, sono entrate in recessione. In questo contesto l’unica consolazione è la deflazione dei prezzi che aumenta il potere d’acquisto dei consumatori. L’aspetto negativo è invece, per chi produce, la deflazione del debito: infatti quando l’attività produttiva cala, il debito aumenta e il suo pagamento diventa problematico. La deflazione del debito si sta aggravando a causa della dinamica del rapporto tra dollaro e euro, preannunciando una prossima insolvenza sistemica.
Il dollaro è valutato rispetto a un paniere di valute in cui l’euro rappresenta il 56% e pertanto qualunque cosa accade all’euro si ripercuote immediatamente sul dollaro e dal dollaro su tutto il sistema in quanto è la valuta di riserva mondiale. La maggior parte dei Paesi, infatti, risparmia o si indebita principalmente in questa valuta. Il trend del loro rapporto, salvo brevi momenti, è iniziato a deteriorarsi nel giugno 2014, quando la Bce per la prima volta ha fissato i tassi di interesse a livello negativo. Prima, il differenziale tra euro e dollaro era dello 0,25 per cento (il dollaro rendeva lo 0,25 per cento, mentre l’euro rendeva zero). Ma tale spread non era ancora sufficiente a far involare in massa i capitali europei verso il dollaro. Non appena la Bce ha spinto i tassi sempre più in zona negativa e il differenziale con il dollaro è arrivato allo 0.55 per cento, parcheggiare denaro nell’euro è costato sempre di più e il dollaro è diventato valuta rifugio.
Ora qual è il problema? Il problema è che la Federal Reserve mantenendo dal 2008 i tassi praticamente a zero ha incentivato l’indebitamento in dollari. Su ogni 100 dollari presi in prestito pagando un interesse di solo 0.25, si poteva, investendo ad esempio nel real brasiliano, guadagnare la bellezza di 9.75 dollari cioè l’11 per cento. Era logico che la maggior parte dei Paesi, in particolare quelli emergenti, si indebitasse a livelli record in un dollaro a buon mercato per acquistare valute a rendimento elevato. E così si è sviluppato il carry trade globale sul dollaro arrivato oggi a superare 9 trilioni di dollari (un valore pari quasi al prodotto lordo cinese). Il carry trade, ovviamente, ha funzionato finché il dollaro è rimasto stabile e a buon prezzo. Ma a partire dall’estate del 2014, dopo la svalutazione dell’euro, l’apprezzamento del dollaro ha trasformato il carry trade in una trappola. Il valore del debito in dollari è di colpo aumentato per tutti. Il caso più eclatante è quello del real brasiliano. Dall’inizio del 2015, si è svalutato di un incredibile 40 per cento rispetto al dollaro e questo significa che per le società brasiliane indebitate in dollari, il debito è aumentato del 40 per cento. In generale, tutte le valute si sono svalutate rispetto alla moneta di riserva: il peso colombiano del 30 per cento; il dollaro canadese del 15 per cento; la corona norvegese del 18 per cento; lo yen giapponese del 25 per cento. Per questi Paesi, dunque, il debito in dollari è aumentato nella stessa misura della svalutazione. Non è una coincidenza, inoltre, che il prezzi del petrolio, delle materie prime e delle azioni dei Paesi emergenti siano andati al tappeto proprio nel momento dell’apprezzamento del dollaro. Contemporaneamente si è verificato il crollo dei bond energetici e delle obbligazioni societarie statunitensi. Dunque dollaro forte e euro debole hanno approfondito la deflazione globale.
Ora cosa succederebbe se entro il 2016 la Federal Reserve, aumentasse i tassi dall’attuale 0.50 all’1.50 per cento, cioè di ben tre volte, come promesso nel mese dicembre? Innanzi tutto si verificherebbe un’ondata di default dei Paesi emergenti indebitati in dollari con ramificazioni globali e il dollaro si apprezzerebbe ancora di più (la corsa al dollaro per pagare i debiti lo rafforzerebbe). Inoltre diventerebbe ancora più difficile per le società americane esportare, i loro profitti si ridurrebbero e i corsi di borsa precipiterebbero. Non sarebbero più sufficienti i buyback azionari (il riacquisto di azioni proprie) per mantenere artificialmente alti i corsi e non si potrebbero escludere, come nel 2008, crolli di borsa fino al 50 per cento. Questo è il motivo per cui, secondo noi, la Fed nel 2016 non alzerà ulteriormente i tassi. Ma poco importa, perché il dollaro si apprezzerà ugualmente in quanto la Bce, con il riacutizzarsi della crisi europea, svaluterà aggressivamente l’euro provocando una nuova e più intensa fuga di capitali verso il dollaro. Rivalutatosi sempre di più, i prezzi delle materie prime potrebbero anche scendere sotto del livello del 2015, la deflazione si approfondirebbe trasformandosi in depressione. A quel punto, nella seconda metà del 2016, per evitare ondate di bancarotte all’interno e l’implosione del debito ai Paesi emergenti, la Fed, sarebbe costretta a riallineare la sua politica monetaria a quella della Bce e invece di alzare i tassi li riabbasserebbe per creare un nuovo e gigantesco Quantitative easing con lo scopo di inflazionare il dollaro e evitare la depressione globale. Solo allora potrebbe cominciare la fase rialzista delle materie prime. Non per la ripresa economica mondiale ma perché diventerebbero beni rifugio per i capitali scampati al collasso valutario generale. Insomma, si preparano tempi biblici.

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1 commento:

Anonimo ha detto...

Bell' analisi, bravo Paolo.