L'ITALIA RIPARTE SOLO ATTIRANDO I RICCHI E I BRAVI E CACCIANDO I POVERI E INCAPACI


BANCHE ITALIANE E FALSITA' DI BANCHIERI E POLITICI



Articolo di Bolognini
Quando i banchieri italiani si trovano tra loro hanno la tendenza ad alzare la voce e raccontarsi verità che portate a Bruxelles o a Francoforte non reggerebbero 10 minuti. E’ successo all’assemblea dell’ABI durante la quale, invece di prendere le distanze dalle banche che hanno distrutto il risparmio, il presidente Patuelli ha invocato addirittura l’art.47 della costituzione che tutela il risparmio per respingere il metodo deciso dall’Europa per risolvere le crisi bancarie, un metodo giusto o sbagliato ma votato anche dal nostro parlamento.

Ci sono vari modi di interpretare la crisi delle banche italiane, la richiesta di salvataggi in deroga a leggi comunitarie (la direttiva BRRD) approvate dal nostro parlamento e tutti i marchingegni che vengono proposti per evitare il sacrosanto scioglimento ordinato di alcune (poche) banche messe molto male.

Per coerenza con tutto quanto ho scritto in precedenza vi sottopongo 10 ragioni per vedere le cose in modo molto diverso da come vi vengono prospettate dai giornali e da come la pensano i banchieri capitanati da Patuelli.
1. La Borsa sa fare i calcoli e non guarda lontano
la fragilità delle banche italiane, misurata dalle forti correnti di vendita in borsa, non è un attacco di speculatori contro l’Italia. Lasciamo perdere il vittimismo e la spasmodica ricerca di alibi e colpevoli. Le vendite sui titoli delle banche italiane dipendono da 3 fattori combinati: la loro bassa redditività (riquadro a destra), l’ammontare enorme delle sofferenze (fig.3 in basso) e la possibilità di un contagio da parte di banche fallite o semi-fallite come è stato per le 4 banche fallite e per Popolare Vicenza e Veneto Banca in cui le altre banche hanno già dovuto versare 7 miliardi per tenerle vive. Le valutazioni degli investitori riflettono la convinzione che i crediti deteriorati in bilancio siano ancora valutati troppo e che la bassa redditività non aiuterà ad aumentare il capitale. In totale i titoli quotano il 38% del valore espresso dal bilancio.


2. La Borsa non richiede salvataggi
Le quotazioni di borsa, gli attacchi ‘speculativi’ non costringono di per se ad alcun salvataggio bancario. Toccano semmai le tasche degli azionisti che hanno scelto di rimanere tali. La vigilanza BCE o Banca d’Italia è poco interessata al prezzo di borsa, ma osserva preoccupata altri valori come il capitale rispetto ai crediti deteriorati e l’impatto potenziale negativo dei crediti sul bilancio e sul capitale minimo di vigilanza.

3. Solo poche banche devono essere salvate
Non è neppure vero che occorra salvare l’intero sistema bancario, invocando l’art.32 della direttiva come vorrebbe il governo (per «evitare o rimediare a una grave perturbazione dell’economia di uno Stato membro» oppure i «preservare la stabilità finanziaria») perché la maggioranza delle banche non deve essere salvata ha capitale sufficiente e sta migliorando gradualmente la performance anche per il minore flusso in arrivo di sofferenze. Con la scusa di salvare il sistema si sta solo cercando di salvare alcune specifiche banche.

4. Salvare MPS per non scoprire altri obbligazionisti ‘a loro insaputa’
il vero motivo dell’allarme rosso sull’intero sistema bancario è quello di salvare MPS che con 21 miliardi di crediti deteriorati netti e con un patrimonio di soli 9 miliardi non riuscirà a passare il prossimo test della BCE e quindi rischia di incorrere in pieno nelle regole sulla risoluzione delle banche in crisi. Non è l’unica banca con crediti deteriorati netti superiori al patrimonio. Il vero motivo è evitare che, scattato il meccanismo del bail-in, siano colpiti azionisti e obbligazionisti subordinati in primis. Se succedesse scopriremmo con certezza e altrettanto imbarazzo che sono state vendute molte obbligazioni ad alto rischio a clienti privati di MPS ignari del rischio -si parla di 60.000 persone. E si ricadrebbe nel problema delle obbligazioni vendute con artifizi ai clienti di Banca Etruria, di popolare Vicenza, di Veneto Banca. Sarebbe imbarazzante e ancora più imbarazzante per il governo tornare a rimborsare altri piccoli risparmiatori. Una grana che questo governo non può permettersi nello stato politico in cui versa. Sarebbe ancora più imbarazzante per l’ABI presentarsi come paladino del risparmio e dell’art.47 della costituzione di fronte a migliaia di altri piccoli risparmiatori male informati a cui le banche associate hanno venduto obbligazioni subordinate senza spiegare il rischio.

5. Le sofferenze hanno valori molto variabili
Non esiste, se non nei casi di banche prossime alla crisi come MPS, la necessità di vendere le sofferenze (NPL) oggi a prezzi medi inferiori ai valori di bilancio (40%). Il valore di queste sofferenze -se garantite- dipende molto dalla pazienza e abilità nel recupero. Non a caso Intesa SanPaolo ha spiegato di non avere intenzione di svendere subito, ma di recuperarle in proprio e con pazienza, potendoselo permettere grazie alla solidità del suo bilancio. Chi ha urgenza di vendere però non può pensare di incassare valori fuori mercato e spera che lo faccia Atlante2, il fondo ‘paziente’ che non volendo rendimenti del 15% ma accontentandosi solo del 5% potrebbe comprare a prezzo più alto. Più alto sì ma non a 40%, che sarebbe una manifestazione di assoluta incapacità e sudditanza sgradita allo stesso Penati. Nello stesso istante i NPL vengono continuamente venduti (Banca IFIS ne ha comprati oltre 2 miliardi) a prezzi non dichiarati perché dipendono dal portafoglio crediti sottostante (garantiti o non garantiti, crediti al consumo o alle imprese) ma certamente non al 40%. Il mercato c’è e non è fatto solo da avvoltoi ma da professionisti che fanno i conti sui tempi di recupero e sulle serie statistiche.

6. Gli accantonamenti sulle sofferenze sono insufficienti perché…
Le banche hanno crediti netti pari al 40% perché non hanno voluto fare accantonamenti maggiori nel corso degli ultimi 5 anni. Non hanno voluto perché volevano chiudere bilanci in utile e presentarsi agli azionisti con sorrisi e risultati positivi e in altri casi pagare dividendi alle fondazioni e ai soci di riferimento. Questo è stato il peggiore errore, dettato dalla volontà di mantenere equilibri di potere e poltrone. Equilibri e poltrone saltati in Veneto dove il trucco di nascondere le perdite è stato scoperto e finito dolorosamente per gli azionisti raggirati.

7. Il capitale è insufficiente perché…
Il capitale delle banche si è rivelato insufficiente non solo per le perdite legate ad accantonamenti, ma perché quesi tutte le banche, pur conoscendo gli orientamenti della BCE, hanno posticipato la richiesta di nuovo capitale ai soci, per lo stesso identico motivo che suggeriva bassi accantonamenti, cioè per non disturbare soci con pochi soldi. Hanno fatto aumenti solo quando sono state messe alle strette dalla BCE, ma il recente aumento da 1 miliardo chiuso con successo da Banco Popolare mostra senza equivoci che anche in condizioni difficili il capitale può arrivare se viene chiesto con piani e prospettive al mercato degli investitori. Sono i soci ‘forti’ ma deboli di mezzi finanziari che hanno condizionato una sana crescita del capitale bancario per mantenere i rapporti di potere dentro e fuori la banca.
8. Le perdite su crediti non sono solo colpa della crisi
Nonostante Confindustria (che oggi appoggia apertamente il governo sul referendum facendo previsioni catastrofiche qualora prevalesse il NO), sostenga questa tesi curiosa che assolve il sistema bancario:
“La maggior presenza di partite deteriorate nei bilanci bancari in Italia. però, non è dovuta a una peggiore gestione delle banche negli affidamenti, ma è spiegata dalla doppia e profonda recessione, che ha fatto cadere il PIL di oltre il 9%, la produzione industriale di più del 25%, l’attività nelle costruzioni di quasi il 50%” (fonte: Nota CSC 19.2.2016)
la verità è molto diversa e scomoda anche per Confindustria: almeno metà delle sofferenze delle banche sono legate proprio a processi del credito deboli, alla mancata valutazione dei rischi delle imprese (soprattutto di grande dimensione), a fidi concessi con poca analisi dei flussi di cassa e molta ‘amicizia’ e benevolenza, a un’incauta tendenza a finanziare qualsiasi progetto immobiliare con valori rivelatisi poi fuori mercato. E una buona parte delle sofferenze delle banche fallite e delle due banche venete salvate da Atlante dipende da episodi all’esame della magistratura e sanzionati dalle autorità di vigilanza che hanno portato ad azioni di responsabilità verso gli amministratori. Dare la colpa genericamente alla crisi tende ancora a nascondere errori e responsabilità.

9. La crisi sistemica di sfiducia dei risparmiatori è un’ipotesi di comodo
I sostenitori della sospensione delle regole del bail-in si appoggiano su una tesi precisa: nuovi fallimenti di poche banche causerebbero una crisi di fiducia che colpirebbe tutte le altre banche, anche quelle che non hanno problemi di capitale. E’ una tesi non provata, anzi smentita dal fatto che i depositi della clientela dopo il fallimento di 4 banche e la crisi manifesta delle due venete (12 miliardi di risparmio distrutto) non sono fuggiti, ma si sono semplicemente spostati verso banche ritenute più sicure. Invece più probabile che si voglia evitare nuove crisi per evitare di scoprire che molte banche hanno collocato allo sportello proprie obbligazioni molto rischiose a clientela non propensa al rischio senza mai menzionare la parola ‘rischio’. Questo sì sarebbe imbarazzante per l’intera categoria.

10. La crisi sistemica delle banche è un’altra
Il vero rischio sistemico è che le buone banche siano ‘inquinate’ da quelle in crisi. Prima di tutto il sistema bancario si è già tassato per 7,5 miliardi per salvare le 4 banche, per fornire fondi ad Atlante (destinati a Popolare Vicenza e Veneto Banca) e finanziare il fondo interbancario volontario che comprerà azioni di alcune casse di risparmio (a partire da Cesena). 7 miliardi che vanno a pesare su magri conti economici. Peggio ancora Unicredit ha rischiato grosso quando ha deciso di sottoscrivere a fermo l’aumento di capitale di Popolare Vicenza da un miliardo e mezzo e poi ha dovuto ritirare l’impegno e passarlo ad Atlante. Questo contagio di banche buone che salvano banche fallite è realistico come dimostrato dai fatti recenti ed è inopportuno.
Salvare banche e non cambiare nulla non è accettabile

Se si segue il filo di queste argomentazioni e si pensa che siano basate su fatti si arriva a una serie di conclusioni diverse da quanto si legge sulla stampa in questi giorni.

♦ i tentativi insistiti del governo e dello stesso primo ministro (così convulsi da essere in contraddizione tra loro sulla natura dei rischi da scongiurare) per ottenere dall’Europa flessibilità e sospendere il bail-in sulle banche in crisi per evitare una crisi sistemica sono una cortina fumogena per nascondere la necessità di sistemare la impellente questione MPS;

♦ la soluzione agli infiniti e irrisolti problemi di MPS (da quanti anni si trascina la questione? cosa è stato fatto per le sofferenze?) serve a occultare il problema serio delle obbligazioni subordinate collocate alla clientela retail (non solo da MPS) che potrebbe danneggiare seriamente l’equilibrio del governo;

♦ l’intervento pubblico o l’intervento pagato dalle banche è una soluzione più costosa alla scelta di pulire il sistema bancario da banche debolissime e mal gestite al limite o oltre al limite del codice penale facendole fallire secondo le procedure decise in Europa. Costa e costerà molto di più che non l’indennizzo di qualche centinaio di milioni o miliardo di obbligazioni vendute impropriamente, punisce le banche migliori ingiustamente e non crea affatto la sensazione nel pubblico di una svolta. Tantomeno elimina l’azzardo morale per i banchieri che potranno in futuro contare o invocare l’intervento dello Stato per coprire errori. Ma politicamente non è conveniente.

♦ la speranza di occultare e diluire nel tempo le perdite sulle sofferenze grazie all’intervento assistito di Atlante è destinata a parziale successo (i miracoli non sono possibili), ma purtroppo non aiuta a rimuovere le cause di un mezzo dissesto nel sistema di concessione clientelare o maldestro dei crediti. Lascia tutto come prima.

Dietro al salvataggio nazionale del risparmio italiano si cela probabilmente l’ennesimo tentativo di non cambiare nulla o il meno possibile negli assetti che legano potere e denaro. Nonostante un grande bisogno di fare pulizia e trasparenza. E’ vero che il governo ha varato la riforma delle banche popolari e delle BCC ma sinora cosa è successo? Una sola fusione tra due popolari e due mezzi fallimenti in Veneto. Le fondazioni sono uscite dalla banche? Non sembra a leggere le cronache sulle nomine del CEO di Unicredito. Le banche sono state ripulite? Non chiaramente, ad esempio le azioni di responsabilità verso gli amministratori di Popolare Vicenza e Veneto Banca sono ancora in attesa di essere approvate. La CONSOB si è auto assolta sulla mancata vigilanza di certe emissioni e aumenti di capitale e il governo ha fatto buon viso a cattivo gioco.

Il nostro governo ha buone ragioni per tentare di forzare la mano in Europa, ma gli italiani hanno altrettante buone ragioni per chiedere al governo e all’Europa che se proprio deve essere usato denaro pubblico la contropartita sia netta: eliminare una volta per sempre la catena di connivenze e prevenire errori e incapacità delle persone che hanno portato la finanza del nostro paese a questo punto. Sotto una vigilanza veramente europea e con regole ferree sulle banche che godranno di aiuti (blocco dei dividendi, stipendi del management correlati ai risultati…) esattamente come è stato fatto all’estero. Quanto agli azionisti delle banche buone hanno il diritto di sapere perché i profitti debbano essere gravati dai conti delle banche altrui.

Rileggete queste frasi e fatevi alcune domande sulle banche da salvare:

«Complimenti a Mussari, sono stati bravi. Ho sempre detto che il mio collega Mussari è un uomo operativo e di valore. Sono contento per lui, fa una bella operazione e Mps ha il ruolo che si merita nel panorama bancario italiano» (Giuseppe Guzzetti, 9 novembre 2007).

«Mps non è più un problema per questo Paese, torniamo a essere una banca normale e risanata» (Alessandro Profumo, 22 maggio 2014) «Le parole che in questi giorni le istituzioni, a diversi livelli, hanno espresso nei nostri confronti mi rendono particolarmente felice per quanto viene autorevolmente riconosciuto alla nostra banca. Ciò dimostra, ancora una volta, la solidità patrimoniale e finanziaria di Mps e la capacità del gruppo di saper affrontare e superare anche le sfide più complesse e inaspettate». (Fabrizio Viola, 22 gennaio 2016)

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