L'ITALIA RIPARTE SOLO ATTIRANDO I RICCHI E I BRAVI E CACCIANDO I POVERI E INCAPACI


CHI HA UCCISO IL TORO? 12 INDIZIATI

Avviso ai lettori: sto per rivelare il finale del classico giallo di Agatha Christie «Assassinio sull’Orient Express». Ci sono 12 indiziati e si scopre che ognuno di loro, a turno, ha affondato il pugnale nel corpo della vittima. Nel bel mezzo della peggiore ondata di vendite che si è abbattuta sui mercati globali dalla grande crisi finanziaria del 2008, almeno 12 sospettati stanno per essere chiamati in causa. La cosa più preoccupante è che, nei violenti ribassi in corso, c’è lo zampino di tutti quanti.
È stata l’Opec
Il rifiuto di imporre restrizioni all’offerta ha consentito ai prezzi del petrolio di mantenere la spinta al ribasso, verso livelli che quasi nessuno aveva previsto. Certo, è un vantaggio per i consumatori e per ogni Paese che importa greggio. Tuttavia, l’impatto a breve termine su chiunque altro, in particolare sull’economia Usa che aveva cominciato a fare affidamento sull’industria dell’energia per la sua crescita, è stato terribile.
Sono stati i Fondi sovrani
I Fondi sovrani sono stati costruiti in gran parte con la ricchezza generata dai petrodollari. Il declino dei prezzi del greggio può sicuramente aver costretto molti di loro ad avviare le vendite. Avrebbero generalmente cominciato a vendere i loro investimenti più liquidi, quelli che evidenziavano un profitto, come i titoli azionari giapponesi o americani. Le svendite da parte dei fondi sovrani sono state apertamente messe sotto accusa proprio in Giappone.
È stata la Borsa cinese
La caduta improvvisa dopo la bolla delle cosiddette “A-shares” (una particolare tipologia di azioni negoziate in renminbi e aperte anche agli investitori esteri, NdT) ha acceso le preoccupazioni in Cina lo scorso anno; il fatto, poi, che le autorità abbiano tentato di arrestare i ribassi, fallendo l’obiettivo, ha trasformato i timori iniziali in un vero allarme. Ogni indicatore di cattiva salute in Cina è tuttora motivo di preoccupazione. E, così, il ritorno quest’anno del dolore per le “A-shares” ha danneggiato chiunque.
È stata la valuta cinese
Sì, la Cina può giustamente sostenere che le sue svalutazioni un po’ rudi dello scorso agosto contro il dollaro e, di nuovo, il mese scorso erano imposte esclusivamente dalla necessità di mantenere condizioni di stabilità nei confronti di un certo numero di partner commerciali. Ma la velocità con le quali si utilizzano le riserve valutarie, unita all’apparente impazienza dei cinesi nel fare uscire il denaro dal Paese, sta generando allarme. Con una svalutazione forzata la Cina cambierebbe le carte in tavola.
È stata la Federal Reserve
Questo è facile. Dal 2009, i guadagni sui mercati azionari hanno accompagnato passo dopo passo il rigonfiamento del bilancio della Fed. Tutti erano terrorizzati al pensiero di che cosa sarebbe successo quando la banca centrale americana avrebbe prima o poi rialzato i tassi. Quando lo ha fatto, si è attardata a lungo e si è poi decisa ad alzarli nel momento in cui i miglioramenti dell’occupazione ormai scemavano e la ricostituzione delle scorte segnalava che negli Usa il ciclo si stava avvicinando alla fine. Una volta che la Fed si è mossa, le attività a rischio nel mondo sono finite sottosopra.
Sono stati gli utili
Le notizie sulla redditività delle società quotate in America si sono smarrite nel frastuono delle ultime settimane. Non sarebbe successo se i risultati fossero stati in qualche modo buoni. Sono stati, invece, terribili. In base alle ultime stime, Thomson Reuters riteneva che le società dell’indice S&P 500 fossero avviate verso un calo del 4,1% nel quarto trimestre dello scorso anno. In base alle cupe previsioni delle stesse società, il trimestre in corso dovrebbe risultare altrettanto brutto, mentre le stime per l’anno vengono via-via ridotte.
Sono stati i tassi negativi
I tassi di interesse negativi in Giappone, successivi a quelli della Banca centrale europea e seguiti da quelli della Riksbank in Svezia, dovevano evidenziare un particolare zelo anti-deflazionistico. Invece, è passato il messaggio che le banche centrali erano preparate a colpire i profitti delle banche, nonostante gli stessi istituti di credito non fossero stati mai adeguatamente ricapitalizzati dopo la crisi, specialmente in Europa. Ne è seguita una disfatta. Tutto ciò ha indotto molti a credere che le banche centrali siano allora a corto di munizioni: se i tassi di interesse negativi non possono funzionare, che cosa altro potrebbero fare?
È stata l’economia Usa
All’inizio dell’anno, buona parte di queste cattive notizie erano già scontate nei prezzi di Borsa, ma l’opinione prevalente era che l’economia americana da nessuna parte fosse in recessione, e questo avrebbe dovuto arginare qualsiasi caduta pesante. Da allora, i dati macroeconomici si sono rivelati anemici, mettendo apertamente in discussione la solidità di quella valutazione.
È stato il mercato obbligazionario
In modo particolare, è il mercato delle obbligazioni a inviare segnali di recessione, attraverso un appiattimento della curva dei rendimenti: il maggior rendimento dispensato dai bond a più lunga scadenza rispetto ai titoli a breve durata si è decisamente assottigliato rispetto al passato, in quello che storicamente è stato forse il più affidabile indicatore di una recessione incipiente. E questo ha aggiunto un nuovo fattore di allarme.
È stata l’esuberanza irrazionale
Un argomento chiave da parte di chi credeva nelle prospettive di un mercato “toro” negli Usa era che il lungo rally dal 2009 fosse stato sempre “odiato” e che ben pochi ci avessero mai creduto. Con la conseguenza implicita che ci sarebbe stata ancora molta strada da percorrere prima che il mercato potesse raggiungere un vero picco. Tuttavia, affidabili parametri di valutazione a lungo termine evidenziavano che il mercato Usa era pesantemente sopravvalutato, stretto nella morsa dell’esuberanza irrazionale. Una volta che la Borsa ha compiuto un’inversione di rotta, ovviamente sono rimasti davvero in pochi a vedere in giro qualcosa a buon mercato e, quindi, nessuno ha voluto più comprare. (Questa argomentazione non si applica, tuttavia, all’Europa o ai mercati emergenti, i quali hanno affrontato gli ultimi mesi con la reputazione di essere “convenienti” senza ombra di dubbio).
È stata la legge Dodd-Frank
È un ritornello popolare. La ri-regolamentazione successiva alla crisi ha avuto successo nel dissuadere le grandi banche dallo scommettere il denaro depositato dai correntisti per ottenere profitti con le obbligazioni e il credito. Questo rende le banche meno vulnerabili, ma priva quei mercati di liquidità, con il risultato che, quando partono le vendite, diventa difficile trovare gli acquirenti. La volatilità e le cadute spaventose sono conseguenti.
Sono stati tutti
Gli elettori stanno spaventando i poveri investitori. Che sia lo spettro di un socialista alla Casa Bianca (Bernie Sanders), o quello di un fanatico del gold standard (Ted Cruz), o quello di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti, o il pericolo che il Regno Unito finisca fuori dall’Unione europea, o la miriade di movimenti populisti all’interno della stessa Ue, è sempre più intensa la sensazione che i cittadini ne abbiano ormai abbastanza. È una tendenza altamente comprensibile, ma non è rassicurante per i mercati dei capitali.
Stranamente, di questi tempi nessuno sta tentando di puntare il dito contro i venditori allo scoperto. Ce ne sono alcuni in circolazione e stanno presumibilmente ottenendo buoni risultati. Tuttavia, a differenza del 2008 o della Grande Crisi, nessuno li sta accusando di buttar giù tutti i mercati.
Inoltre, dovreste notare che ho passato in rassegna questa lista di colpevoli senza menzionare le parole “Siria” – verosimilmente la più grande crisi umanitaria e geopolitica nel mondo degli ultimi decenni – e “Grecia”, che solo sei mesi fa incuteva terrore a tutti. La Borsa greca è il peggior mercato azionario dall’inizio dell’anno e la questione dell’Eurozona per Atene non è affatto superata. Ma la situazione tragica in questi Paesi non ha nulla a che vedere con l’allarme che ha afferrato i mercati mondiali negli ultimi sei mesi.
Ancor più intrigante è un altro sospetto che per lungo tempo è rimasto sotto traccia. Per dirla con un altro classico dei romanzi polizieschi inglesi, è come il cane di Sherlock Holmes che non abbaiò. Nessuno ha ancora iniziato ad accusare i governi o la loro gestione fallimentare del denaro dei contribuenti per far fronte a questi problemi.
È proprio la mancanza di qualsiasi tentativo di politica fiscale attiva - negli Usa come nel Regno Unito, in Germania o in Giappone - che ha indotto le banche centrali a colmare il divario di iniziativa. Ora che la politica monetaria sembra aver perso efficacia, forse è venuto il tempo che i politici si accordino su misure quali la ricapitalizzazione delle banche europee o la ricostruzione delle infrastrutture negli Stati Uniti.
Poiché i governi in carica tendono ad essere cacciati dopo che la gente ha perso soldi sui mercati, i politici devono pensarci rapidamente. Altrimenti il pugnale sarà impugnato contro di loro.
(Traduzione di Marco Mariani)
Copyright The Financial Times 2016

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